Macroregione Adriatico-ionica. Elogio della differenza adriatica

Intervento del Prof. Fabrizio Battistelli* alla Tavola rotonda
“La macroregione dei cibi aspettando l’Expo-identità, conoscenza, mescolanza tra i popoli”
Festival internazionale del brodetto e delle zuppe di pesce
Fano 12-14 settembre 2014

AD21p.3-18-14La nostra è l’età delle differenze. Le differenze possono dividere, soprattutto se non vengono riconosciute. Se, invece, siamo differenti e lo riconosciamo, creiamo le basi per essere più ricchi. Dovremmo saperlo noi italiani – e lo sappiamo, tranne pochi sostenitori del pensiero primitivo – essendo la popolazione con il DNA più variegato d’Europa[1].
Allora vediamole, queste differenze. Nel nostro Paese la differenza principale – quella che da centocinquant’anni domina il discorso pubblico, mobilita le intelligenze più o meno brillanti, polarizza le posizioni scientifiche, culturali e politiche – è quella tra Nord e Sud. Il problema esiste, è serio, deve essere affrontato; ma, a parte la difficoltà di risolverlo, rischia di relegare in secondo piano altre differenze.

Qui vorrei affrontare una differenza di cui in Italia pochi parlano: quella tra Est e Ovest. Con una morfologia fisica estremamente allungata, penisola che dalla Vetta d’Italia si spinge nel Mediterraneo fino a Lampedusa per ben 12 gradi di latitudine, non sorprende che anche la dimensione antropica italiana si modelli principalmente lungo la direttrice Settentrione/Mezzogiorno. Questo ovvio dato di fatto, peraltro, non dovrebbe farci ragionare come se gli altri due punti cardinali non esistessero. E quindi non esistesse alcuna differenza tra il versante Adriatico e quello Tirrenico.

La prima differenza è di natura morfologica. La costa bassa e sabbiosa creata in milioni di anni dal Po nell’alto Adriatico e, nel medio Adriatico, la vicinanza degli Appennini al mare hanno impedito la formazione di ampi golfi, un prerequisito per l’evoluzione di centri urbani molto grandi. Ecco quindi che, con l’eccezione di Bari e l’unicum geografico e storico di Venezia, nell’Adriatico non si sono sviluppate grandi porti e metropoli marittime del genere di Genova, Napoli, Palermo, o anche collocate a ridosso del mare come Roma. Piuttosto, una miriade di città piccole e medie proiettate sì sul mare per pescare, costruire barche e navigare, ma nella modalità “tenue” del porto-canale. Ciò ha determinato l’assenza di concentrazioni dense e talvolta esorbitanti di popolazione, con tutte le potenzialità ma anche le criticità metropolitane che ne conseguono. Ne è scaturita una distribuzione demografica equilibrata che ha trovato in età moderna il suo standard in centri di 10.000-50.000 abitanti, le cui dimensioni sono andate crescendo soltanto nel secondo dopoguerra.

Si realizza così, a partire da quella morfologica, la seconda differenza che è di carattere demografico, a sua volta con-causa della terza differenza, che è di carattere socio-economico. In particolare nel Medio Adriatico, la relativa scarsità della popolazione così come dei terreni coltivabili ha favorito nell’agricoltura (la produzione dominante per un millennio) lo sviluppo della mezzadria, una forma di contemperamento tra proprietà e lavoro. Grazie ad essa il mezzadro non è semplicemente il contadino senza terra di altri contesti italiani, bensì un socio (sia pure di minoranza) nel contratto con il “padrone”, in grado di conferire all’impresa comune un lavoro organizzato (quello della famiglia allargata) e di assumerne la gestione. Pur senza idealizzare oltre misure questa forma di rapporto, numerosi studi sociologici ed economici hanno riconosciuto in esso l’evoluzione di una cultura imprenditoriale che, svariate generazioni più tardi, avrebbe dato vita allo sviluppo del modello della “terza Italia”.

La quarta e ultima (ma non meno significativa) differenza è gastronomica. In tema di pesce non è cosa da poco, e magari sfugge all’avventore frettoloso. Chi invece (come chi scrive) conosce il Tirreno per esservi nato accanto (Roma) e l’Adriatico per provenire da lì la sua famiglia (Pesaro), comprende la basilare differenza tra condire, nel primo caso, una pasta di semola con un sugo di frutti di mare (per esempio vongole) oppure, nel secondo caso, una pasta all’uovo con un sugo di pesce (per esempio filetti di sogliola), così come tra arrostire il pesce sulla brace tale quale, oppure con l’inimitabile corredo del gratin di olio, prezzemolo e pane grattugiato (rigorosamente in casa).

La tavola, che è una metafora della vita, deve molto alle differenze: sapori, profumi, colori non vi avrebbero il ruolo che hanno se fossero omologati, tutti con lo stesso tono. Per fortuna la buona tavola è sinonimo di varietà. Di essa pochi altri piatti possono aspirare a rappresentarne l’emblema come il brodetto, incontro e delizia di razze differenti. In conclusione, la differenza da rivendicare non è la contrapposizione di parti separate e ostili, bensì l’armonia che emerge dal contributo delle specificità. Come quella Adriatica, che è giunto il momento di riconoscere e valorizzare.

* Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, Sapienza Università di Roma

[1] M. Capocasa, D. Pettener, G. Destro Bisol, “La nostra storia, tra cultura e geni”, Le Scienze, settembre 2014.